domenica 6 settembre 2015

LE STRIE E LO STRANIERO

La salita era durissima, le ferite a braccia e gambe gli provocavano fitte atroci, le spalle gli dolevano, i legacci dello zaino si erano allentati, ma ora che stava salendo nell'ultimo tratto non poteva certo fermarsi, stava procedendo con molta attenzione, costretto a salire utilizzando entrambe le mani ora stava attaccando una parete molto scoscesa con buoni appigli, ma pericolosamente umida, il sole l'avrebbe asciugata entro un paio d'ore, ma se non ce l'avesse fatta a salire entro quaranta minuti sarebbe morto.


Dando fondo a tutte le energie era salito lungo la la parete in granito grigio perdendo l'appiglio mille volte restando pericolosamente in bilico sullo strapiombo, ma ora poteva vedere la cima dove avrebbe potuto installare il piccolo trasmettitore ad onde ultracorte e forse avrebbe potuto essere tratto in salvo dai suoi compagni di spedizione; l'incidente era avvenuto trenta miglia prima, un improvviso calo di potenza dei tre propulsori lo avevano lasciato senza sospensione magnetica e la navicella aveva perso immediatamente lo schermo occultante e poi la spinta, si era salvato con i propulsori di emergenza ma l'impatto era stato molto duro, era stato subito notato da un gruppo di abitanti della valle che era certo avrebbero chiamato le autorità, non poteva certamente attendere di essere catturato, caricò lo zaino con il kit di emergenza e fuggì abbandonando la navicella ormai ridotta ad un relitto, fu preso di mira da un soggetto con un cappello largo che imbracciato un arma lunga gli sparò da cinquanta metri, sentì l'impatto dei grossi pallini colpirgli gambe braccia ed impattare sullo zaino, ma non doveva farsi catturare, corse con tutto il fiato che aveva nei polmoni con l'adrenalina a mille e non smise di correre fino a quando non riuscì ad avvicinarsi al rilievo che aveva visto poco prima di schiantarsi.


Se l'avessero preso l'avrebbero ucciso, il pianeta era un accozzaglia di credenze e riti accomunati dalla più profonda intolleranza nei riguardi di qualsiasi soggetto portatore di qualche forma presunta di non conformità agli usi e costumi delle varie fazioni.


Mentre saliva la gamba destra aveva iniziato a sanguinare, il suo sangue troppo più chiaro rispetto a quello degli indigeni sarebbe stato notato, si rese conto che se non ce l'avesse fatta non avrebbe più rivisto l'adorata compagna, mentre stava per arrendersi ormai prossimo alla vetta vide una figura immobile davanti a lui, una signora dai capelli bianchi lo fissava e poi iniziò ad avvicinarsi, ormai senza forze si lasciò avvicinare dalla donna che pareva un anziana  ma che appena vicino a lui gli era sembrata giovane e bella, "Ità fàt che?" esordì la donna, lui non aveva con se il traduttore "chi tà tràt?" gli chiese la donna, non sapeva cose fare, gli porse i palmi delle mani rivolti verso l'alto in segno di amicizia, la donna gli afferrò la mano destra e gli fece cenno di seguirla, si trascinò per mezzo miglio allontanandosi dalla cima, una casupola con un camino fumante era la loro destinazione, lei gli aprì la porta, lo fece sdraiare sul suo giaciglio imbottito di erba e gli fece capire di togliersi i vestiti, acconsentì, era troppo stanco e forse se questa donna l'avesse aiutato avrebbe potuto farcela.

Fu curato con degli impiastri di erbe, la paura che le sostanze contenute in quei medicamenti avrebbero potuto essergli tossiche non gli permise però di reagire era prossimo a svenire, la donna gli rimosse sei pallettoni da gambe e braccia poi gli disse "adès dòrma un pito" e gli indicò di sdraiarsi, stanco e provato si addormentò di colpo.


Si svegliò che era già buio, vide la donna accanto al fuoco con un grosso contenitore in cui stava versando quelli che sembravano tuberi e pezzi di un animale, probabilmente un roditore. Si sentiva meglio, fece per alzarsi, ma la donna gli disse “Hac èt el sta mia mpè”, lo straniero capì che avrebbe dovuto restare sdraiato, la ferita alla gamba aveva smesso di sanguinare, i riflessi del fuoco illuminavano il viso della donna che gli appariva bellissima con dei lunghi capelli rossi.



Il cibo gli fu offerto in una ciotola di terracotta, era caldo e saporito, ringraziò la donna portando il palmo della mano destra al petto e chinando leggermente la testa, la donna gli mostrò il palmo della mano destra poi gli fece capire a gesti che lei sarebbe uscita, si mise addosso uno scialle pesante e si avvicinò alla porta, lo straniero si chiese se la donna stesse per andare a valle ad avvisare le autorità, ma era buio, nessuno avrebbe potuto scendere in sicurezza da quella montagna, la donna aprì la porta e lo straniero si trovò davanti quattro visi di donne che stavano aspettando la sua benefattrice, sbirciarono dentro, una chiese alla padrona di casa “el chèl lè chèl chè' l vè da suro i nigoi?” in risposta ebbe un cenno della testa dalla padrona di casa.


Lo straniero si chiese dove andassero in quella notte buia e fredda sulla cima di una montagna cinque donne, la curiosità lo fece alzare dal giaciglio aprì la porta e non vide nessuno, nessuna lanterna niente di niente, il buio ed il freddo avevano inghiottito le cinque donne.
Si era quasi appisolato quando il vento gli portò le voci di cori, le voci erano femminili, ma l'incedere era solenne e cupo, uscì dalla porta e vide nei pressi della vetta un bagliore bluastro, sentì uno scalpiccio e davanti a se vide un grosso canide dal pelo scuro che senza ringhiare gli mostrò i denti avanzando lentamente verso di lui, lo straniero si rintanò nella casupola e decise che si sarebbe messo a dormire, il giorno dopo avrebbe dovuto recarsi in vetta.
Si svegliò poco dopo l'alba, la padrona di casa era tornata, aprì l'uscio e raccolse due roditori grossi e pelosi che erano stati appoggiati fuori alla porta, la donna si avvicinò allo straniero, gli fece cenno di girarsi, gli controllò le ferite, rifece la medicazione e gli fece capire che per un giorno avrebbe dovuto restare dentro al caldo, le ferite stavano guarendo bene, ma avrebbero potuto riaprirsi.


A metà mattina le quattro donne che la notte prima erano venute a prendere la padrona di casa si presentarono nuovamente sull'uscio, lo straniero non sentì bussare, ma la donna andò ad aprire la porta mentre le quattro donne stavano per fare gli ultimi passi, lo straniero ne fu sorpreso.


Ta ga lèt dìt”? Esordì la donna più alta, La padrona di casa scosse la testa, “èl fò mè” le rispose in tono perentorio, si avvicinò allo straniero gli sfiorò la fronte con il pollice e l'uomo istantaneamente svenne.


Si trovava in cima alla montagna, erano anni che non sognava, ma questo non sembrava un sogno, la donna alta era di fronte a lui e gli stava parlando
“la nostra amica più giovane ha ovulato questa notte, devi accoppiarti con lei” Lo straniero spiegò che gli era proibito accoppiarsi con gente di altri posti e che il suo seme probabilmente non era compatibile con l'ovulo della sua amica “no, il tuo seme è compatibile, uno dei tuoi fratelli ha già ingravidato una di noi molto tempo fa” Lo straniero trasalì, “una volta rapivamo i giovani per farci ingravidare, oggi non è più possibile, una volta ci temevano e chiedevano il nostro aiuto, oggi la nuova religione richiede che noi veniamo bruciate vive, noi riusciamo ad ammaliare lo stesso qualche giovane, ma è molto difficile e poi tuo figlio diventerà una persona importante, lo sappiamo”, lo straniero non sapeva di culti divinatori e di pratiche esoteriche tutto questo non era menzionato nel manuale della flotta, ribattè che lui aveva una compagna che non voleva avere rapporti con altre, ma la donna gli disse che quella notte si sarebbe accoppiato con la propria compagna.


Si svegliò con un sobbalzo, la donna alta stava allontanando il proprio pollice dalla sua fronte, ma che razza di poteri avevano queste donne?, La telepatia era un antica leggenda presso la sua gente, la sua civiltà vecchia di oltre centomila anni era basata sulla scienza, attraversava gli spazi sconfinati di questa galassia per esplorare nuovi mondi da colonizzare, si chiese da dove provenissero questi poteri che sentiva appartenere ad un passato lontanissimo.


Passò la giornata riposando e facendo qualche passo nella pietraia di fronte alla casupola, verso il tramonto la padrona di casa gli diede da bere una bevanda dolcastra, si sentì molto stanco, fu aiutato a mettersi sul giaciglio. Lo straniero si ritrovò in un sogno vivido e incredibilmente realistico come quello di poche ore prima, era in una radura di un bosco nei pressi della sua città natale, di fronte a lui Axilia, la propria compagna, corse ad abbracciarla, la missione lo aveva tenuto lontano da casa per oltre un anno, ai baci seguirono carezze ed un lunghissimo e dolce rapporto completo. Nel sogno lo straniero si addormentò fra le braccia di Axilia svegliandosi sopra il giaciglio si ritrovò nudo, con una coperta ruvida sulla pelle e la padrona di casa con la più giovane delle compagne che si scambiavano sorrisi, era chiaro che aveva avuto un rapporto sessuale, ma non intendeva indagare troppo, il ricordo di Axilia era ancora vivo e caldo nella propria memoria.

La mattina presto la padrona di casa lo aiutò a rivestirsi e lo condusse sulla cima della montagna a gesti gli fece capire che prima che il sole fosse alto sarebbero venuti a prenderlo, Lo straniero stupito da quella che riteneva una stima ottimistica attivò il trasmettitore, salutò con un abbraccio la donna che gli fece capire che l'amica quella notte aveva concepito, la donna salutò lo straniero con un bacio sulla fronte e poi discese verso la sua casupola senza voltarsi, come poteva sapere che l'amica era incinta?, questa civiltà non disponeva di elettricità, non aveva sistemi di diagnosi magnetici od ultrasonici, così pensò fra se e se lo straniero....


A metà mattina la trasmittente si illuminò di rosso, una navicella stava scendendo a prenderlo, ma lui non ne fu sorpreso, mentre veniva trasportato sull'astronave madre si chiedeva se tutto quello che gli era successo fosse solo uno stato di alterazione mentale, un viaggio allucinatorio, ma in cuor suo sapeva che la propria civiltà aveva perso qualcosa che continuava ad esistere in questo pianeta selvaggio ed il fatto che un suo discendente vivesse lì ed imparasse tali pratiche non gli dispiaceva per nulla, prima del salto verso casa rivolse un ultimo sguardo a questo pianeta ed un sorriso gli illuminò il volto.

PS Scusate i numerosi errori della prima stesura....

http://www.acam.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/streghe-di-montagna.jpg?41c861


cerchio

Nelle valli alpine non toccate direttamente dalla romanizzazione, i culti celtici sono sopravissuti anche all'urto della evangelizzazione.
Le scuole di culto sono state si spazzate via, ma la tradizione orale è rimasta con i propri soggetti, i propri "ministri", le streghe e le fate.























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