lunedì 24 febbraio 2014

ESTATI

Estate 1965, mia madre decise che era impossibile resistere al caldo nelle nostre tre stanze e che di conseguenza ci saremmo trasferiti dalla nonna che abitava a circa ottocento metri da casa nostra, non avendo alcun bisogno di fare i bagagli prese per mano me e mio fratello e ci incamminammo verso l'abitazione dei nonni materni la cui casa  era stata costruita cntinaia d'anni prima.

 Dal tipo di architettura e dalla tipologia di costruzione, oggi posso dire con una certa sicurezza che non ha meno di cinquecento anni, le mura larghissime del pian terreno ci avrebbero consentito di schivare la calura e la cameretta dietro a quella dei nonni con l'enorme e morbidissimo materasso di piume, ci avrebbe garantito una buona sistemazione.

  La casa dei nonni era in una zona a tutt'oggi chiamata "castello" e le vie interne, dritte e parallele a formare un reticolo, in origine erano racchiuse da mura difensive e certamente da un ponte levatoio.

Le strade del "castello" non erano asfaltate, c'era una fontana  ed i bagni pubblici.

Fu durante quell'estate che imparai ad andare in bicicletta senza le rotelle, girando libero fra le vie feci amicizia con molti bambinetti all'incirca della mia età, fu proprio il primo giorno in cui imparai ad andare bene in bicicletta che entrai nella terza via dietro la casa dei nonni, la prima cosa che mi colpì fu nun forte odore di fogna e poi vidi l'abitazione da cui proveniva, le pareti esterne erano dipinte di un colore di cui era rimasto  solo qualche chiazza, coperto da strati di fango e sporco, una scala in legno all'esterno portava al piano superiore e la balaustra embrava talmente malmessa da poter cedere da un momento all'altro.

"Chè ardèt?" fui sorpreso da un vocione di una donna con un enorme testa di capelli mossi, si era rivolta a me, "niente, stavo passando" le dissi spingendo sui pedali, mi allontanai rapidamente e la sera dopo cena chiesi a mia mamma chi abitasse in quella via, mi rispose che era gente molto povera, ma che non c'era nulla da temere, anzi, la signora che mi aveva apostrofato li aveva aiutati più volte a trasportare la legna per riscaldarsi in soffitta.

Passai in quella via molte volte quell'estate, ma sempre aumentando l'andatura, spesso la gente urlava in quel misero appartamento, ma io non avevo alcuna paura.

Man mano che passavano i giorni presi sempre più confdenza con i nuovi amici, si giocava a biglie, a pallone, a libera ferma, a nascondino, verso l'imbrunire le nostre urla  si mischiavano con quelle delle rondini che in stormi compatti giravano intorno alla grande chiesa che confinava proprio con la piazza del "castello".

Le case avevano spesso due ingressi su due vie parallele, la minestra di riso o la frittata con le erbe della nonna Ester avevano un profumo talmente intenso che potevo riconoscerle da due via di distanza.

Dal mese di Luglio mio padre rientrava prima dall'aeroporto ed un paio di volte a settimana  ci portava al lago, la nostra piccola fiat 500 era colma di materassini  salvagente e salviettoni, tornavamo a sera inoltrata giusto per cena, non era raro che si cenasse con un enorme anguria che dividevamo con i nonni e gli zii,  allora solo fidanzati.

Le mie estati trascorrevano così, pallone bicicletta  ed esplorazioni la mattina, gli odiatissimi compiti delle vacanze nelle prime ore del pomeriggio e poi un turbinio di giochi da tavolo ed interminabili  partite a calcio.

 Dopo cena di nuovo fra le vie, liberaferma, nascondino fino al richiamo delle nostre madri.a meno che la TV non trasmettesse "l'uomo e il mare", le bellissime storie di mare di aques Costeau che ci tenevano incollati allo schermo fino all'ora di andare a letto.

A dieci anni andai al mare in Liguria per la prima volta, degli amici ci avevano trovato una camera con l'utilizzo di una zona della sala da pranzo e la cucina in una splendida villa con una vista sul mare incredibile.

Mi innamorai di quel posto come di una bella donna e, lo ammetto, ne sono innamorato tutt'ora.

Fu in quel posto in cui presi la mia prima cottarella e fu lì in cui mi innamorai per la prima volta

Ora nella casa dei nonni ci lavora mio fratello, quando vado a trovarlo per due chiacchere ed un cafffè mi stupisco sempre di quante persone vivessro in quei centodieci metri quadrati e camminando tra le strade dritte ora perennemente silenziose del "castello" penso  a quanta vita scorresse in quelle vie ora piene di case in vendita e di di uffici, il chiasso delle partite a bocce, il fresco del cantinone, le partite a tamburello degli adulti, pure le rondini sono quasi sparite dai nostri cieli.

Quanto abbiamo perso in tutti questi anni..., ed in cambio di cosa? 

 
Castello di Castenedolo | Brescia | Lago di Garda | - Garda tourism








lunedì 17 febbraio 2014

LA CASTIGAMATTI

Un post all'insegna della leggerezza, sopo un Lunedì 17 da panico un briciolo di frivolezze aiutano.

I Gatti sono entrati a far parte della mia famiglia da una quindicicina d'anni, dapprima un bel gattone rosso, poi uno strano incrocio fra un Soriano ed un siamese.

  Per i suoi diciotto anni mia figlia ha chiesto in regalo un gatto nero e così è arrivato Sky (lo so , un nome orrendo, ma l'ha scelto la figlia...), un micione da nove chili con delle unghie da far paura ed un caratteraccio mica da ridere, nessuno in casa è sfuggito ai suoi morsi ed ai suoi graffi ed il cane del vicino di casa si è ritrovato il naso aperto in due solo perchè aveva infilato la sua appendice olfattiva fra le maglie della rete del giardino.

Crescendo ha smussato gli spigoli del suo caratteraccio, ma ha anche manifestato molti pregi e qualche sorpresa, se ad esempio la ciotola del cibo è vuota dapprima inizia la danza fra coccole e strusciate (le fusa no, le fa solo alla sua adorata "padrona") dopo di che se siamo troppo affaccendati per riempirla di nuovo fino all'orlo salta sul muretto del salotto e SUONA le campae tubolari appese giusto sopra il muretto.

Altro che i cani di Pavlov....

Dopo la dipartita per vecchiaia dei primi due micioni sono arrivati altri due trovatelli, un altro rosso ed un piccolo soriano.

Ma a Giugno al compleanno della moglie la richiesta è stata perentoria..., una micetta.
Moglie e figlia sono andate a prelevare una gattina dal gattile nel comune vicino al nostro, ma le sue condizioni sono apparse fin da subito disperate, dopo un ricovero d'urgenza la micetta è spirata ventiquattro ore dopo il prelievo dal gattile.

  Presi la decisione di scegliere in piena autonomia la gatta richiesta come regalo da mia moglie, ed optai per una splendida Maine Coon di due mesi che l'allevatore fiorentino in viaggio in Lombardia ci portò portato a pochi chilometri da casa.

Dopo due interi giorni di grandissima diffidenza in cui è stata da sola in contatto con mia moglie (mi è toccato dormire in taverna!) la Micia si è cocnessa alle coccole di tutta la famiglia.

Ora sta crescendo a vista d'occhio, risponde al volo al proprio nome, sempre propensa a farsi coccolare, si arrampica sull'albicocco in giardino con un agilità incredibile ed a differenza degli altri mici scende con il sedere all'indietro, salta come una molla ed adora essere spazzolata, naturalmente ha soggiogato gli altri tre maschi ai propri voleri, la scelta della cesta, della ciotola da cui mangia, la postazione acanto al tavolo.., una vera e prorpria castigamatti....

Eccola.... (e scusate ancora gli "orrori" di battitura della prima stesura)...

 Kira | JuzaPhoto

 

Kira...




martedì 11 febbraio 2014

settantadue metri quadri

Vivevo in una bifamiliare incastrata fra due case
un vicino aveva un albicocco enorme
e le fronde scavalcavano il muretto fra le case
"mi dispiace vengo a tagliarle" mi diceva rattristato il vicino
ma le albicocche che faceva quella pianta
erano grandi come un arancia e dolci come una pesca.

Casa mia aveva quattro stanze, una bella cucina
ed un salotto piccolo, di luce non ve n'era molta
ma al tramonto il sole riusciva ad entrare di sbieco dalla finestra
ed illuminava lo specchio sopra il divano del salotto
e la stanza sembrava più grande, con il soffitto alto come fosse un salone
 Per me è stata una reggia.

Ora vivo in un bel posto, fra le colline vicino al lago
in mezzo agli ulivi e a splendide buganville
ma non ho più mangiato albicoche buone come qulle
che fuggivano dal vicino per farsi cogliere da me
e di sole a casa mia ora ne ho quanto ne voglio,
ma non è quello che riluceva sullo specchio del salotto.

Ho sempre tentato di migliorare le mie condizioni
ma so che per strada ho perso qualcosa
è come se uscendo di casa una mattina piovosa
continui a frugarti le tasche perchè sai che ti manca qualcosa,
ma io oggi penso di aver capito cosa ho perso.
Tutti gli attimi belli che ho passato in quel posto
in un certo modo sono rimasti lì.

Penso a mia moglie che mi sorride dalla sedia a dondolo
mentre lavora il mezzopunto in veranda.
Penso ai primi passi di mia figlia, ai caffè offerti a mio padre
alle gite in bicicletta fino alla pista dell'aeroporto
con il mio bimbo sul sellino che si tappava le oreccchie per il rumore.
 Quanto era bella mia moglie a venticinque anni!
Ed io per lei con dieci chili e vent'anni in meno?

Non sono disposto a perdere questi momenti
non possono cadere nell'oblio, li terrò stretti con me
perchè sono miei e li amo tutti come  figli
ne ho bisogno per un giorno di pioggia
quando il sole sembra sia stato rubato
e ti senti il cuore freddo e gli occhi stanchi

e non hai più la voglia di alzarti per uscire
e non riesci più a ensare che ci sia un domani.













lunedì 3 febbraio 2014

Cervo, un borgo di quiete

Vico dei limoni è uno splendido scorcio di Liguria incastonato in quel tesoro di meraviglie che è il comune di Cervo.

Ogniqualvolta mi reco nella mia regione preferita non manco mai di passare un intera giornata in questo borgo a picco sul mare, dalle stradine strettissime e dalla splendida piazzetta davanti alla parrocchiale che offre una vista che è pura poesia.

La vacanza spesa in questo luogo ha qualcosa di speciale, i rumori della via Aurelia sono lontani, qui c'è solo il fruscio del vento ed una quiete assolutametne meravigliosa, probabilmente un posto più adatto alla lettura, allo sfuggire dalla caciara quotidiana piuttosto che un luogo vacanziero.

La mia compagna ne è rimasta folgorata, purtroppo non riusciamo ad affittarci un appartamento per tutto l'anno, ma se le nostre condizioni economiche migliroassero probabilmente è qui che vorrei a passarci ogni giorno libero.

Ho rubato alcuni scorci a questo gioiello, considerateli un prestito....




Cervo, Vico dei Limoni...
 VICO DEI LIMONI
 Campanile dell'Oratorio...
IL CAMPANILE DELL'ORATORIO E SOTTO LA TIPICA FINESTRA DEI BORGHI LIGURI IN VERSIONE MODERNA)
 Finestra a cervo...

CERVO, SCORCIO.
il lato...

CERVO, UN VICOLO
caruggi...

sabato 1 febbraio 2014

IL BUIO E LA NOTTE


Mi ero svegliato alle undici, mi stavano portando in terapia intensiva, dissi due parole all'enorme infermiere che con l'aiuto di un collega stava spostandomi dalla barella al letto.

Mi chiesero se ci vedessi, risposi di si, ma che la mia vista non era molto buona, avevo la bocca ipastata ed una sete incredibile, mi sentivo stanchissimo, avevo caldo e freddo nello stesso tempo, chiesi dell'acqua, mi fu risposto che per ventiquattro ore non avrei potuto bere, potevo solo inumidire una garza e succhiarla.


Era un reparto molto affaccendato, alla mia sinistra avevo un signore che stava tirando giù tutti i santi del calendario, alla mia destra il letto era vuoto, dopo due ore iniziai a perdere la pelle del palato, respirare dalla bocca senza poter bere era più difficile di quanto pensassi.


Ero nudo sotto le lenzuola, entrò mia moglie, mi chiese come stessi, le risposi che non andava male, le  concessero solo un minuto, poi fu la volta di mio padre, gli dissi del problema del palato, mi rispose attraverso la mascherina che non potevo bere, se ne andò curvo nella tuta di carta azzurra  che indossava.


I problemi giunsero nel primo pomeriggio, iniziai a non veder bene, ne parlai con la caposala, non successe nulla, ma io iniziai a scivolare in un mondo parallelo, dove le luci si stavano via via attenuando ed i suoni prendevano importanza fino a diventare l'unico collegamento con la vita che drammaticamente scorreva intorno a me.


Il letto di destra venne occupato da un ragazzino con una commozione cerebrale che aveva causato un ematoma inoperabile, dopo qualche ora fu portato in reparto in osservazione; il letto venne subito occupato da un signore operato da un carcinoma alla gola, respirava a malapena, gli venne praticata più volte l'aspirazione del muco, sentivo il rumore di un marchingegno che ricordava un aspirapolvere, nel frattempo erano venuti a controllarmi la vista in tre medici diversi, ognuno disse la sua ed io vivevo in un mondo di penombre, ma mi parve che anche loro brancolassero nel buio.


Il paziente alla mia destra non si stava riprendendo, arrivò la moglie che lo chiamò per nome più volte, ma non ricevendo risposta commentò con un acido "che me ne faccio io di un uomo così", uscendo la signora grassa che aveva fatto scricchiolare la sedia nell'alzarsi non sentì il lungo respiro del marito che certamente incapace di parlare, ma sicuramente in grado di sentire, si era arreso, le lacrime furono spese dal genero, smise di resprare in un paio di minuti.


Avevo cominciato a sentire un dolore via via sempre più intenso dietro gli occhi, mi tenevo la mente occupata pensando alla mia bimba di poco più di un mese, alla mia splendida moglie,.alle pere che stavano crescendo nel giardino di casa.


Il paziente nel letto di sinistra aveva avuto una crisi ipertensiva, a stento i due infermieri professionali riuscirono a tenergli la pressione sotto i duecento, io lottavo sempre contro il dolore che pareva ormai un chiodo giusto detro gli occhi.


Mi appisolai, vinto dalla spossatezza, pensando a mille piccole cose che avrei potuto fare una volta dimesso.

Fui svegliato da un medico che puntò una torcia sui miei occhi, curiosamente riuscii a vedere la resistenza della lampadina di un rosso vivido, ma non vidi la piccola parabola illuminata, sentii il medico borbottare qualcosa, chiesi siegazioni che non mi vennero fornite.

Nel corridoio di fronte alla mia stanza mio padre  mia moglie ed il mio amico Mauro erano accorsi alla chiamata del chirurgo che mi aveva operato, venne detto loro che ero cieco e che dovevo essere "riaperto" d'urgenza, mia moglie svenne.


Sentivo in distanza le urla che provenivano dalla saletta TV, urla di delusione, intuii che l'Italia era stata battuta dall'Argentina, mi sarei risparmiato i caroselli che avevano contraddistinto qelle "notti    magiche".


Mi chiamò per nome il chirurgo, mi disse che mi avrebbe somministrato una forte dose di corticosteroidi per vedere di evitare il nuovo itnervento, scivolai in un dormiveglia agitato.


Mi svegliai mentre mi stavano mettendo su di una barella, sentii la mano di mio padre afferrare il mio polso "ciao Ciccio, non ti vedo" gli dissi, mi portarono a fare una TAC per capire con esattezza cosa stesse succedendo, ma i medici non ebbero risposte.


Tornato in reparto dopo due ore di incubi, urla e strepiti del mio compagno di stanza alla mia sinistra venni portato in sala operatoria, chiesi di poter parlare con il chirurgo, dissi che non avrei autorizzato in alcun modo l'intervento se non avessi ricevuto spiegazioni, il chirurgo arrivò dopo un consulto di circa un ora, mi disse della complicazione, dell'emorragia che stava rendendomi cieco, mi spiegò che avevano deciso di "aprirmi" con un incisione dalla tempia alla fronte, acconsentiii all'intervento, non potevo restare cieco, non potevo pesare solo sulle spalle della mia compagna.


Mi svegliai nel solito letto in terapia intensiva, ci vedevo nuovamente, male, molto male, ma distinguevo la penna che aveva in mano il chirurgo, mi chiese cosa vedessi, gli risposi che aveva in mano una BIC cristall con il cappuccio blu, mi disse che era stata la sua peggior notte e che andava a dormire.


Venni dimesso dopo undici giorni, ebbi una degenza post operatoria molto complicata, potei camminare dritto sulle mie gambe solo venti giorni dopo le mie dimissioni.


Un anno fa entrando nella casa di un cliente per motivi professionali vidi che era accompagnato da un assistente e che non ci vedeva, notai che aveva la mia stessa cicatrice in alto sulla parte destra della fronte, e capii cosa avesse passato e cosa stesse sperimentando.


Rivissi la medesima esperienza sei anni fa, quando venni nuovamente operato per la medesima patologia, ma le tecniche chirurgiche erano cambiate, i medici erano cambiati, l'approccio con i pazienti era cambiato, operato il lunedì mattina, il sabato successivo mangiavo una fetta si St Honorè nella cucina di casa mia, con mia moglie suoceri ed i miei due figli, questa volta non avevo sofferto, questa volta era andato tutto bene, ma mio padre non era più con me per rallegrarsene. 




venerdì 24 gennaio 2014

TUCKETT

Ieri sera ho fatto due chiacchere al telefono con Patrizio, il quale si è preso in affitto un appartamento non distante dalle piste di sci e si diletta con la famiglia per l'intero fine ttimana.

Da ragazzi abbiamo fatto insieme un paio di escursioni in montagna, aveva una gamba notevole (pesava quanto un canarino...) ed essendo restato bello asciutto penso che vada come una scheggia tutt'ora, mi ricordo una volta sul lago della Vacca, un lago artificiale vicino al passo Crocedomini sulle alpi bresciane, siamo saliti a fine maggio e c'era ancora molta neve, la discesa la facemmo attraverso i canaloni, io con il mio K-way sotto al sedere scendendo a rotta di collo, Patrizio e Gigi a saltoni.

L'anno prima ero salito al rifugio Tuchet con altri tre amici e Lauro, fu un espeienza sciagurata, ma molto, molto istruttiva.

Partenza alle sei, il progetto prevedeva una sosta per l'aquisto di qualcosa da mangiare in loco, ma nessun negozio era ancora aperto alle otto, orario in cui arrivammo sul posto, decidemmo ugualmente di salire, era la mia prima escursione in montagna, avevo un paio di scarpe da ginnastica normalissime, pantaloncini corti, calze in cotone estive e maglietta a mezze maniche, nello zaino (lo zaino d'ordinanza di mio padre, non certo adatto alle escursioni) una mela, due panini e due sottilette cacciate dentro alla rinfusa da mia madre ed un provvidenziale maglione pesante.

Gigi, uno degli amici più grandi di me e Lauro, aveva chiesto informazioni sulla presenza di neve ed era stato rassicurato sul fatto che fino al rifugio il sentiero stato libero e sgombro.

Ma i problemi arrivarono rpesto, già a 1500 metri camminavamo nella neve, mancando ancora quasi ottocento metri di dislivello al rifugio qualche dubbio iniziò a serpeggiare, salimmo con la neve che via via salì fino alle caviglie, poi al ginocchio, la vasta pietraia prima del rifugio si dimostrò una trappola, ci trovavamo alternativamente con la neve alle caviglie e poi fino all'inguine a seconda di dove camminavamo, nessuna traccia del sentiero, la neve era fradicia, pesante, arrivammo al rifugio intirizziti, con i piedi congelati e senza nulla (o quasi) da mangiare.

Due dei nostri amici avevano in programma di salire fino alla cima del Castelletto inferiore, da alpinisti esperti fra andata e ritorno ci avrebbero impiegato non più di due ore, prima che partissero dividemmo le magre scorte, una fetta di mela, metà panino (circa), tre quarti di sottiletta...., io e Lauro avevamo una fame che si leggeva negli occhi, mi propose di chiedere qualcosa da mangiare a degli escursionisti che stavano mangiango a quattro palmenti a circa venti metri da noi, ma a sedici anni l'orgoglio è più forte dello stomaco.

Alcuni corvi iniziarono a volteggiarci intorno come avvoltoi, le battute si sprecarono, il freddo era atroce, non sentivamo più i piedi, riflettemmo, non troppo seriamente, sull'idea di sfondare la porta del rifugio (chiuso) per chiamare soccorso, ma Lauro obbiettò che vedendo tre stolti vestiti in quel modo il tizio sceso dall'elicottero di soccorso ci avrebbe preso a sberle lasciandoci lì.

Dopo mezz'ora di battute e di gelo polare tornarono i due amici scalatori, la visibiltà era pessima ed altre due cordate stavano
salendo, fin dai primi appigli si erano trovati in mezzo a molte pietre che precipitavano dall'alto, decisero di rinunciare.

Iniziammo a scendere a valle, ma dopo pochi minuti scese una nebbia fittissima, ci orientammo con il pali della teleferica che univa il rifugio ad un borgo più in basso, cademmo tutti rovinosamente nella neve fradicia più e più volte, nello scendere tagliammo il percorso e finimmo in una distesa di piante di mirtillo, ci graffiammo per bene le gambe (maledetti pantaloncini corti), giungere alla vettrura fu una vera e propria epopea.

In basso, accanto alla vettura, con una temperaura gradevole sembrava di essere in paradiso.

Nel tornare verso casa decidemmo di fermarci in una pizzeria, eravamo stanchi e molto affamati, appena entrati una ragazza vedendo il pelosissimo lauro in pantaloncini corti fece un commento sulla bellezza delle sue gambe l'amico rispose "egnòm dàl Tiuckett" nè più nè meno come se venissimo dalla cima del monte Bianco...

Ho imparato molto da quell'avventura, se vado a fotografare orchidee selvatiche anche solo sulle colline vicino a casa le scarpe da trekking le porto sempre con me (da marzo a settembre sono di fisso nel bagagliaio della mia auto), un paio di calze di cotone pesante, un K-Way pronto all'uso nello zaino ed una vestizione "a cipolla" completano il vestiario.

Mare e montagna sono luoghi splendidi, ma mai mai mai da sottovalutare, sia per una nuotata di mezzo miglio al largo od un escursione di un paio d'ore.

PS. perdonate gli errori di battitura della prima stesura.......

Il rifugio Tuckett,sullos fondo il castelletto inferiore

lunedì 13 gennaio 2014

BUON GIORNALISMO...., e pessime abitudini

Finalmente dei magistrati coraggiosi ed un ente dello stato quantificano i danni alla salute ed all'ambiente prodotti da una centrale ad olio combustibile (tecnologia obsoleta, rendimenti al 25%, polluzioni a iosa),

Finalmente un caso in cui i magistrati non si sono fatti intimidire dalle minacce di Luciano Violante (il PD ama ENEL il petrolio ed il carbone, ovviamente sapete il p
erchè....).


Leggete di come Luciano Violante ed Angelino Alfano (due partiti, medesimo stomaco) abbiano cercato di fermare un lavoro unico ed importantissimo. LA SALUTE E' UN BENE, NON PUO' ESSERE REGALATA...

Da Il Fatto Quotidiano di oggi


Centrale Enel di Porto Tolle, “il danno economico da risarcire è 3,6 miliardi”
Una perizia dell'Ispra depositata nel processo "Enel bis" a Rovigo per la prima volta calcola i costi della mortalità e dei danni ambientali per le emissioni in eccesso prodotte dall'impianto termoelettrico a olio. La quantificazione del danno potrebbe costituire un precedente anche rispetto ad altri casi, da Vado Ligure a Brindisi. "Chi inquina paga", esultano gli ambientalisti, ma per i legali della società si tratta di una stima "abnorme"
di Thomas Mackinson | 13 gennaio 2014

 

Immagine inserita


Un risarcimento da 3,6 miliardi per danno ambientale e sanitario. Questa la cifra che i periti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno quantificato, per la prima volta, rispetto all’impatto economico per lo Stato della centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo: 2,6 miliardi di danni sanitari, essenzialmente per la mortalità in eccesso, più un miliardo per omessa ambientalizzazione. Centrale gestita da Enel, colosso energetico italiano e seconda utility quotata in Europa, a processo per disastro ambientale. A chiedere la perizia, firmata da Leonardo Arru su incarico dell’avvocatura di Stato, i ministeri di Ambiente e Salute, parte civile nel procedimento – denominato ‘Enel bis’ – insieme alle associazioni.

Una notizia che non piace (quasi) a nessuno, tanto che a parlarne è solo la stampa locale. Non piace a Enel che a fine dicembre aveva esultato per una riduzione dell’indebitamento da 42 a 40 miliardi ora virtualmente gravato dal rischio di future, pesantissime, passività. Non piace al governo che tramite il Tesoro (31,2%) è il primo azionista di riferimento e carezzava da tempo l’idea di vendere quote per fare cassa. E ora si trova in mezzo a una surreale disputa tra ministeri in cui lo Stato fa causa a se stesso. Sarà poi pane per le agenzie di rating che da mesi incrociano un balletto di svalutazioni e rivalutazioni su titolo e prospettive della seconda società italiana per capitalizzazione di Borsa

La perizia è di fine novembre 2013 ma è rimasta confinata nell’ambito del procedimento che si tiene al tribunale di Rovigo per disastro ambientale che è prossimo alla conclusione (la sentenza è prevista per marzo 2014). Eppure potrebbe – secondo il legale di parte civile Matteo Ceruti – diventare un precedente per una serie di situazioni pendenti ad altissimo impatto ambientale oggetto d’indagine o di processi di riconversione: dalla Tirreno Power (ex Enel oggi gruppo De Benedetti) di Vado Ligure (Savona), per la quale la locale procura indaga per gli stessi capi di imputazione, passando per le centrali di Brindisi (Enel), Monfalcone in provincia di Gorizia (A2a), Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).

Non a caso associazioni ambientaliste che si sono costituite nel processo, come Greenpeace, ritengono la perizia un significativo passo avanti non solo per l’entità dell’importo risarcitorio richiesto ma perché mette in chiaro il principio per cui ‘chi inquina paga’. Il conto arriva sul Delta del Po per cause di ordine storico, industriale e perfino politico. La centrale costruita negli anni Ottanta a pieno regime emetteva più anidride solforosa (SO2 ) di qualunque altro impianto fisso in Italia. Ancora nel 2002 si stima sprigionasse da sola il 10% di tutte le emissioni di SO2 imputabili a qualsiasi altra fonte sul territorio nazionale. Per i reati ambientali connessi al funzionamento della centrale, la responsabilità dei direttori dell’impianto e degli amministratori delegati di Enel spa dell’epoca, Paolo Scaroni e Franco Tatò, è stata definitivamente accertata in Cassazione nel 2011 ma i reati erano ormai prescritti: restavano le conseguenze patrimoniali che la corte d’appello di Venezia sta quantificando.

Ulteriori indagini e perizie hanno poi permesso di accertare il nesso causale tra le emissioni e le conseguenze di ordine ambientale e sanitario sulla popolazione, in particolare sui bambini. Così è partito il processo “Enel bis” che vede oggi imputati una decina di dirigenti Enel che si sono avvicendati tra il 1998 e il 2009. Secondo la procura di Rovigo, che procede per disastro doloso, avrebbero trascurato l’installazione di impianti che avrebbero consentito di tutelare la salute dei residenti e del territorio provocando un significativo aumento dei ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie della popolazione infantile. A comparire davanti al collegio saranno anche l’attuale amministratore delegato Fulvio Conti e i suoi predecessori. E’ in questo procedimento che il ministero dell’Ambiente, parte civile insieme a quello della Salute, tramite l’avvocatura dello Stato distrettuale di Venezia, ha chiesto di valutare anche i danni economici per lo Stato. Danni per l’appunto quantificati in 3,6 miliardi. Ecco il documento.

“Un anno di vita perso vale 40mila euro” - Gli enti locali a corto di soldi stanno uscendo dal processo penale in cambio di noccioline: 130mila euro a testa per cinque Comuni emiliani, più 500mila euro per il Parco regionale del Delta del Po. In tutto 1,1 milioni di euro. Di ancor meno si accontentano gli enti locali veneti (fuorché la Provincia di Rovigo e i Comune di Rosolina e Porto Tolle che sono rimasti come parti civili). Risarcimenti a fronte dei quali le parti si impegnano, tra l’altro, a rinunciare a eventuali pretese o azioni giudiziarie future connesse al funzionamento della centrale sino al 2009. E a questo punto tocca vedere se lo Stato, invece, venderà cara la pelle.

La perizia si rifà ai metodi di calcolo individuati in sede europea in materia di quantificazione del danno sanitario nel programma Cafe (The Clean Air for Europe Programme) partito nel 2001 e adottato nel 2005. “Valore di anno di vita perso” (Voly) nel quale ogni anno “perduto” per morte prematura è quotato circa 40mila euro e valore statistico di vita (Vls), che quota ogni morte prematura per inquinamento dell’aria circa 2 milioni. Il primo, usato da Ispra, produce stime del costo più basse, poiché ogni morte prematura da inquinamento da polveri sottili corrisponde a circa 10 anni di vita persi.

“Una valutazione cautelativa”: come viene calcolato il danno
Il tecnico che ha firmato la perizia ha portato in aula i calcoli fatti per il periodo 1998-2009, riguardo alla diffusione di biossido di Zolfo (SO2) sulla base delle emissioni dichiarate da Enel al registro internazionale delle emissioni. La stima monetaria è stata fatta utilizzando la metodologia elaborata dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) e – avverte il perito – “con un orientamento cautelativo” (leggi nel box). Non quantifica, tra l’altro, taluni tipi di impatti come i danni all’ecosistema da acidificazione e deposito di ozono o quelli agli edifici e al patrimonio culturale. Ma si avvicina molto al danno presunto, anche perché alternativa non c’è visto che “non si può stabilire generalmente il danno ritenendolo linearmente proporzionale ai carichi di inquinamento”. Si può, invece, circoscrivere l’addendum di emissioni in eccesso che qualificano e quantificano il peggioramento del profilo emissivo, e moltiplicarlo per unità di costo-vita, laddove esistano indici di mortalità correlabili. Ebbene secondo il perito del ministero dal ’98 al 2009 ci sarebbero 2,6 miliardi di euro di danni connessi al rilascio di 418mila tonnellate di SO2 in eccesso rispetto a quelli rilasciati qualora la centrale avesse operato in un ipotetico regime a gas metano, come imponeva di fare la legge regionale veneta del 1997 istitutiva del Parco del Delta del Po. Ciascuna tonnellata viene moltiplicata per diversi coefficienti individuati in sede europea.

La difesa di Enel: “Cifra abnorme e analisi infondata” – Enel, dalla sua, ha già contestato queste cifre come “abnormi”, ritenendo del tutto “infondata” l’analisi dell’Ispra. In particolare, secondo la difesa del colosso energetico, il consulente ha preso a riferimento unicamente le emissioni della centrale senza dare alcuna importanza ai rilevamenti delle cadute a terra di altri inquinanti. Inoltre, secondo i legali Enel, ha considerato come emissioni in eccesso tutte quelle superiori a quelle previste dal decreto ministeriale del 1990 che prevedeva, invece, specifiche deroghe normative per Porto Tolle che la centrale ha rispettato. Ma chi le ha messe quelle deroghe? La politica che sulla vicenda non ha mai mollato la presa. Non solo facendo generose concessioni normative sui limiti di emissioni, ma arrivando a tentare di condizionare l’attività di indagine della procura.

Il trucco per sforare le prescrizioni era già nel decreto ministeriale 12 luglio del 1990, fondamentale in materiale di emissioni e attuativo del Pdr 203/1988: stabiliva i valori e limiti degli impianti esistenti in conformità con quelli europei. Il decreto ha permesso però ad Enel di adeguarsi con interventi scaglionati nel tempo entro il 2002. Porto Tolle, la centrale più inquinante e più costosa da riconvertire, è stata tenuta per ultima senza introdurre tecnologie di prevenzione - in particolare desolforatori e denitrificatori – che Enel adottava altrove. Alla fine, ricostruisce la perizia, “la centrale di Polesine Camerini risulta l’unica di proprietà di Enel non ambientalizzata”. Il 23 dicembre 2002 il decreto legge n. 281 concede l’ennesina deroga. Il pretesto, allora, era la fragilità del quadro elettrico nazionale. E l’anno dopo ancora una deroga, col decreto legge 25/2003, alle prescrizioni fissate ormai nel 1990, 13 anni prima.

Deroga e dilazioni: 20 anni di politica sotto il traliccio
La politica e le emissioni, la politica e il colosso nazionale dell’energia. Un rapporto sempre stretto che si fa strettissimo quando serve. La centrale di Porto Tolle doveva essere “ambientalizzata”, cioè ricondotta a tetti di emissione imposti dall’Europa e vigenti per il resto del Paese, fin dal 1990. E invece fino a oggi ha mantenuto impianti di combustione a olio con tecnologia da anni Sessanta. Come è stato possibile? Con l’aiuto della politica che ha sempre trovato, a livello centrale e locale, le giuste deroghe e scappatoie per evitare a Enel un intervento di adeguamento oneroso. Il primo processo penale, quello che ha visto riconoscere la responsabilità degli amministratori dell’epoca per i reati ambientali, ha accertato poi che nonostante le deroghe per l’ambientalizzazione Porto Tolle è stata tenuta scientemente per ultima con ulteriore danno per l’ambiente. Da qui le condanne. Avanti dieci anni, si parla di riconversione ma non a metano, bensì a carbone. Costerebbe a Enel 2,7 miliardi ma il punto è che non porterebbe mirabili riduzioni degli inquinanti, anzi. Il progetto tiene banco per anni con le associazioni ambientaliste, operatori turistici e pescatori che si mettono di traverso e riescono, nel 2011, a far annullare dal Consiglio di Stato il decreto di Valutazione di impatto ambientale (Via). I giudici accolgono i rilievi sollevati e riconoscono che non è stata fatta una valutazione alternativa rispetto all’ipotesi del carbone. In particolare sul gas metano, visto che a 10 km dalla centrale c’è il più grande terminale gasifero offshore al mondo (il rigassificatore di Porto Viro, di proprietà dell’emiro del Quatar), realizzato proprio nella prospettiva di alimentare la centrale di Polesine Camerini. Ma i due impianti non saranno mai collegati perché il metano costa più del carbone. Poi il colpo di scena: nell’estate del 2011 prima il parlamento e poi Regione Veneto modificano le leggi, statali e regionali, rendendo non più necessarie valutazioni alternative. Una coincidenza temporale? Forse. Fatto sta che così facendo si consente di porre nel nulla la sentenza del Consiglio di Stato e di agevolare la nuova Via per il progetto a carbone, attualmente in corso presso il Ministero dell’ambiente. Parallelamente la politica trova modo di mettere lo zampino direttamente sulle inchieste.

Gli interventi a gamba tesa sui magistrati che indagano

Immagine inseritaLuciano Violante (Pd)

Se la politica tenta a frenare i magistrati della Procura di Rovigo. “Diciamo che è un dato di fatto che tutti quelli che hanno la lavorato a questa vicenda hanno avuto qualche problema”, ricorda l’avvocato di parte civile Ceruti. Il riferimento, neanche troppo velato. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro, fatto oggetto di pressanti consigli, da parte di un agente dei servizi caduto in disgrazia, di “allentare la presa” sul processo Enel. Ma anche alla richiesta di azione disciplinare nei confronti del pm Manuela Fasolato avanzata dal Pd Luciano Violante e dal ministro Pdl Angelino Alfano. Il filo delle future larghe intese, improvvisamente, si stringeva intorno al collo di chi rischiava di intaccare interessi che non vanno toccati. La storia è nota. E’ il 2010 e il pm sta lavorando a diversi filoni d’inchiesta sulla centrale ipotizzando legami tra le emissioni e l’aumento dell’incidenza di malattie nei territori circostanti l’impianto. Sulla centrale pende l’iter della Valutazione d’impatto ambientale per il progetto di riconversione che vale, sulla carta, 4mila posti di lavoro e 2 miliardi e mezzo di investimento. Il pm comunica però agli enti interessati, ministero dell’Ambiente e Commissione di Via, le risultanze di alcune perizie che mettono i dubbio la veridicità dei dati del progetto depositato da Enel: un via libera senza una loro verifica avrebbe potuto aggravare il quadro dei reati e comportare ulteriori conseguenze per ambiente e popolazione. Apriti cielo. A Cortina Incontra, il 5 gennaio 2010, Violante nella inedita veste di presidente della associazione Italia decide, si espone in prima persona chiedendo un’ispezione. Sarebbero solo parole in libertà, se non fosse per un dettaglio: Enel è tra i soci fondatori di Italia decide. Ma la coincidenza non impedisce al ministro Alfano di prendere in esame le doglianze di Violante e di inviare a Rovigo il capo degli ispettori Arcibaldo Miller (poi coinvolto nell’indagine della cosiddetta P3) con contestazioni varie e fantasiose (come quella di aver lavorato, su autorizzazione dei superiori, al processo Enel mentre era impegnata come commissario nel concorso per gli esami nazionali in magistratura). Fasolato, nel frattempo trasferita alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Brescia, ha chiesto ed ottenuto dal CSM di essere applicata a questo processo davanti al Tribunale di Rovigo, ed ancor oggi è ancora lì che non molla. E la 

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