venerdì 24 gennaio 2014

TUCKETT

Ieri sera ho fatto due chiacchere al telefono con Patrizio, il quale si è preso in affitto un appartamento non distante dalle piste di sci e si diletta con la famiglia per l'intero fine ttimana.

Da ragazzi abbiamo fatto insieme un paio di escursioni in montagna, aveva una gamba notevole (pesava quanto un canarino...) ed essendo restato bello asciutto penso che vada come una scheggia tutt'ora, mi ricordo una volta sul lago della Vacca, un lago artificiale vicino al passo Crocedomini sulle alpi bresciane, siamo saliti a fine maggio e c'era ancora molta neve, la discesa la facemmo attraverso i canaloni, io con il mio K-way sotto al sedere scendendo a rotta di collo, Patrizio e Gigi a saltoni.

L'anno prima ero salito al rifugio Tuchet con altri tre amici e Lauro, fu un espeienza sciagurata, ma molto, molto istruttiva.

Partenza alle sei, il progetto prevedeva una sosta per l'aquisto di qualcosa da mangiare in loco, ma nessun negozio era ancora aperto alle otto, orario in cui arrivammo sul posto, decidemmo ugualmente di salire, era la mia prima escursione in montagna, avevo un paio di scarpe da ginnastica normalissime, pantaloncini corti, calze in cotone estive e maglietta a mezze maniche, nello zaino (lo zaino d'ordinanza di mio padre, non certo adatto alle escursioni) una mela, due panini e due sottilette cacciate dentro alla rinfusa da mia madre ed un provvidenziale maglione pesante.

Gigi, uno degli amici più grandi di me e Lauro, aveva chiesto informazioni sulla presenza di neve ed era stato rassicurato sul fatto che fino al rifugio il sentiero stato libero e sgombro.

Ma i problemi arrivarono rpesto, già a 1500 metri camminavamo nella neve, mancando ancora quasi ottocento metri di dislivello al rifugio qualche dubbio iniziò a serpeggiare, salimmo con la neve che via via salì fino alle caviglie, poi al ginocchio, la vasta pietraia prima del rifugio si dimostrò una trappola, ci trovavamo alternativamente con la neve alle caviglie e poi fino all'inguine a seconda di dove camminavamo, nessuna traccia del sentiero, la neve era fradicia, pesante, arrivammo al rifugio intirizziti, con i piedi congelati e senza nulla (o quasi) da mangiare.

Due dei nostri amici avevano in programma di salire fino alla cima del Castelletto inferiore, da alpinisti esperti fra andata e ritorno ci avrebbero impiegato non più di due ore, prima che partissero dividemmo le magre scorte, una fetta di mela, metà panino (circa), tre quarti di sottiletta...., io e Lauro avevamo una fame che si leggeva negli occhi, mi propose di chiedere qualcosa da mangiare a degli escursionisti che stavano mangiango a quattro palmenti a circa venti metri da noi, ma a sedici anni l'orgoglio è più forte dello stomaco.

Alcuni corvi iniziarono a volteggiarci intorno come avvoltoi, le battute si sprecarono, il freddo era atroce, non sentivamo più i piedi, riflettemmo, non troppo seriamente, sull'idea di sfondare la porta del rifugio (chiuso) per chiamare soccorso, ma Lauro obbiettò che vedendo tre stolti vestiti in quel modo il tizio sceso dall'elicottero di soccorso ci avrebbe preso a sberle lasciandoci lì.

Dopo mezz'ora di battute e di gelo polare tornarono i due amici scalatori, la visibiltà era pessima ed altre due cordate stavano
salendo, fin dai primi appigli si erano trovati in mezzo a molte pietre che precipitavano dall'alto, decisero di rinunciare.

Iniziammo a scendere a valle, ma dopo pochi minuti scese una nebbia fittissima, ci orientammo con il pali della teleferica che univa il rifugio ad un borgo più in basso, cademmo tutti rovinosamente nella neve fradicia più e più volte, nello scendere tagliammo il percorso e finimmo in una distesa di piante di mirtillo, ci graffiammo per bene le gambe (maledetti pantaloncini corti), giungere alla vettrura fu una vera e propria epopea.

In basso, accanto alla vettura, con una temperaura gradevole sembrava di essere in paradiso.

Nel tornare verso casa decidemmo di fermarci in una pizzeria, eravamo stanchi e molto affamati, appena entrati una ragazza vedendo il pelosissimo lauro in pantaloncini corti fece un commento sulla bellezza delle sue gambe l'amico rispose "egnòm dàl Tiuckett" nè più nè meno come se venissimo dalla cima del monte Bianco...

Ho imparato molto da quell'avventura, se vado a fotografare orchidee selvatiche anche solo sulle colline vicino a casa le scarpe da trekking le porto sempre con me (da marzo a settembre sono di fisso nel bagagliaio della mia auto), un paio di calze di cotone pesante, un K-Way pronto all'uso nello zaino ed una vestizione "a cipolla" completano il vestiario.

Mare e montagna sono luoghi splendidi, ma mai mai mai da sottovalutare, sia per una nuotata di mezzo miglio al largo od un escursione di un paio d'ore.

PS. perdonate gli errori di battitura della prima stesura.......

Il rifugio Tuckett,sullos fondo il castelletto inferiore

lunedì 13 gennaio 2014

BUON GIORNALISMO...., e pessime abitudini

Finalmente dei magistrati coraggiosi ed un ente dello stato quantificano i danni alla salute ed all'ambiente prodotti da una centrale ad olio combustibile (tecnologia obsoleta, rendimenti al 25%, polluzioni a iosa),

Finalmente un caso in cui i magistrati non si sono fatti intimidire dalle minacce di Luciano Violante (il PD ama ENEL il petrolio ed il carbone, ovviamente sapete il p
erchè....).


Leggete di come Luciano Violante ed Angelino Alfano (due partiti, medesimo stomaco) abbiano cercato di fermare un lavoro unico ed importantissimo. LA SALUTE E' UN BENE, NON PUO' ESSERE REGALATA...

Da Il Fatto Quotidiano di oggi


Centrale Enel di Porto Tolle, “il danno economico da risarcire è 3,6 miliardi”
Una perizia dell'Ispra depositata nel processo "Enel bis" a Rovigo per la prima volta calcola i costi della mortalità e dei danni ambientali per le emissioni in eccesso prodotte dall'impianto termoelettrico a olio. La quantificazione del danno potrebbe costituire un precedente anche rispetto ad altri casi, da Vado Ligure a Brindisi. "Chi inquina paga", esultano gli ambientalisti, ma per i legali della società si tratta di una stima "abnorme"
di Thomas Mackinson | 13 gennaio 2014

 

Immagine inserita


Un risarcimento da 3,6 miliardi per danno ambientale e sanitario. Questa la cifra che i periti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno quantificato, per la prima volta, rispetto all’impatto economico per lo Stato della centrale di Porto Tolle, in provincia di Rovigo: 2,6 miliardi di danni sanitari, essenzialmente per la mortalità in eccesso, più un miliardo per omessa ambientalizzazione. Centrale gestita da Enel, colosso energetico italiano e seconda utility quotata in Europa, a processo per disastro ambientale. A chiedere la perizia, firmata da Leonardo Arru su incarico dell’avvocatura di Stato, i ministeri di Ambiente e Salute, parte civile nel procedimento – denominato ‘Enel bis’ – insieme alle associazioni.

Una notizia che non piace (quasi) a nessuno, tanto che a parlarne è solo la stampa locale. Non piace a Enel che a fine dicembre aveva esultato per una riduzione dell’indebitamento da 42 a 40 miliardi ora virtualmente gravato dal rischio di future, pesantissime, passività. Non piace al governo che tramite il Tesoro (31,2%) è il primo azionista di riferimento e carezzava da tempo l’idea di vendere quote per fare cassa. E ora si trova in mezzo a una surreale disputa tra ministeri in cui lo Stato fa causa a se stesso. Sarà poi pane per le agenzie di rating che da mesi incrociano un balletto di svalutazioni e rivalutazioni su titolo e prospettive della seconda società italiana per capitalizzazione di Borsa

La perizia è di fine novembre 2013 ma è rimasta confinata nell’ambito del procedimento che si tiene al tribunale di Rovigo per disastro ambientale che è prossimo alla conclusione (la sentenza è prevista per marzo 2014). Eppure potrebbe – secondo il legale di parte civile Matteo Ceruti – diventare un precedente per una serie di situazioni pendenti ad altissimo impatto ambientale oggetto d’indagine o di processi di riconversione: dalla Tirreno Power (ex Enel oggi gruppo De Benedetti) di Vado Ligure (Savona), per la quale la locale procura indaga per gli stessi capi di imputazione, passando per le centrali di Brindisi (Enel), Monfalcone in provincia di Gorizia (A2a), Torre Valdaliga Nord a Civitavecchia (Enel).

Non a caso associazioni ambientaliste che si sono costituite nel processo, come Greenpeace, ritengono la perizia un significativo passo avanti non solo per l’entità dell’importo risarcitorio richiesto ma perché mette in chiaro il principio per cui ‘chi inquina paga’. Il conto arriva sul Delta del Po per cause di ordine storico, industriale e perfino politico. La centrale costruita negli anni Ottanta a pieno regime emetteva più anidride solforosa (SO2 ) di qualunque altro impianto fisso in Italia. Ancora nel 2002 si stima sprigionasse da sola il 10% di tutte le emissioni di SO2 imputabili a qualsiasi altra fonte sul territorio nazionale. Per i reati ambientali connessi al funzionamento della centrale, la responsabilità dei direttori dell’impianto e degli amministratori delegati di Enel spa dell’epoca, Paolo Scaroni e Franco Tatò, è stata definitivamente accertata in Cassazione nel 2011 ma i reati erano ormai prescritti: restavano le conseguenze patrimoniali che la corte d’appello di Venezia sta quantificando.

Ulteriori indagini e perizie hanno poi permesso di accertare il nesso causale tra le emissioni e le conseguenze di ordine ambientale e sanitario sulla popolazione, in particolare sui bambini. Così è partito il processo “Enel bis” che vede oggi imputati una decina di dirigenti Enel che si sono avvicendati tra il 1998 e il 2009. Secondo la procura di Rovigo, che procede per disastro doloso, avrebbero trascurato l’installazione di impianti che avrebbero consentito di tutelare la salute dei residenti e del territorio provocando un significativo aumento dei ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie della popolazione infantile. A comparire davanti al collegio saranno anche l’attuale amministratore delegato Fulvio Conti e i suoi predecessori. E’ in questo procedimento che il ministero dell’Ambiente, parte civile insieme a quello della Salute, tramite l’avvocatura dello Stato distrettuale di Venezia, ha chiesto di valutare anche i danni economici per lo Stato. Danni per l’appunto quantificati in 3,6 miliardi. Ecco il documento.

“Un anno di vita perso vale 40mila euro” - Gli enti locali a corto di soldi stanno uscendo dal processo penale in cambio di noccioline: 130mila euro a testa per cinque Comuni emiliani, più 500mila euro per il Parco regionale del Delta del Po. In tutto 1,1 milioni di euro. Di ancor meno si accontentano gli enti locali veneti (fuorché la Provincia di Rovigo e i Comune di Rosolina e Porto Tolle che sono rimasti come parti civili). Risarcimenti a fronte dei quali le parti si impegnano, tra l’altro, a rinunciare a eventuali pretese o azioni giudiziarie future connesse al funzionamento della centrale sino al 2009. E a questo punto tocca vedere se lo Stato, invece, venderà cara la pelle.

La perizia si rifà ai metodi di calcolo individuati in sede europea in materia di quantificazione del danno sanitario nel programma Cafe (The Clean Air for Europe Programme) partito nel 2001 e adottato nel 2005. “Valore di anno di vita perso” (Voly) nel quale ogni anno “perduto” per morte prematura è quotato circa 40mila euro e valore statistico di vita (Vls), che quota ogni morte prematura per inquinamento dell’aria circa 2 milioni. Il primo, usato da Ispra, produce stime del costo più basse, poiché ogni morte prematura da inquinamento da polveri sottili corrisponde a circa 10 anni di vita persi.

“Una valutazione cautelativa”: come viene calcolato il danno
Il tecnico che ha firmato la perizia ha portato in aula i calcoli fatti per il periodo 1998-2009, riguardo alla diffusione di biossido di Zolfo (SO2) sulla base delle emissioni dichiarate da Enel al registro internazionale delle emissioni. La stima monetaria è stata fatta utilizzando la metodologia elaborata dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) e – avverte il perito – “con un orientamento cautelativo” (leggi nel box). Non quantifica, tra l’altro, taluni tipi di impatti come i danni all’ecosistema da acidificazione e deposito di ozono o quelli agli edifici e al patrimonio culturale. Ma si avvicina molto al danno presunto, anche perché alternativa non c’è visto che “non si può stabilire generalmente il danno ritenendolo linearmente proporzionale ai carichi di inquinamento”. Si può, invece, circoscrivere l’addendum di emissioni in eccesso che qualificano e quantificano il peggioramento del profilo emissivo, e moltiplicarlo per unità di costo-vita, laddove esistano indici di mortalità correlabili. Ebbene secondo il perito del ministero dal ’98 al 2009 ci sarebbero 2,6 miliardi di euro di danni connessi al rilascio di 418mila tonnellate di SO2 in eccesso rispetto a quelli rilasciati qualora la centrale avesse operato in un ipotetico regime a gas metano, come imponeva di fare la legge regionale veneta del 1997 istitutiva del Parco del Delta del Po. Ciascuna tonnellata viene moltiplicata per diversi coefficienti individuati in sede europea.

La difesa di Enel: “Cifra abnorme e analisi infondata” – Enel, dalla sua, ha già contestato queste cifre come “abnormi”, ritenendo del tutto “infondata” l’analisi dell’Ispra. In particolare, secondo la difesa del colosso energetico, il consulente ha preso a riferimento unicamente le emissioni della centrale senza dare alcuna importanza ai rilevamenti delle cadute a terra di altri inquinanti. Inoltre, secondo i legali Enel, ha considerato come emissioni in eccesso tutte quelle superiori a quelle previste dal decreto ministeriale del 1990 che prevedeva, invece, specifiche deroghe normative per Porto Tolle che la centrale ha rispettato. Ma chi le ha messe quelle deroghe? La politica che sulla vicenda non ha mai mollato la presa. Non solo facendo generose concessioni normative sui limiti di emissioni, ma arrivando a tentare di condizionare l’attività di indagine della procura.

Il trucco per sforare le prescrizioni era già nel decreto ministeriale 12 luglio del 1990, fondamentale in materiale di emissioni e attuativo del Pdr 203/1988: stabiliva i valori e limiti degli impianti esistenti in conformità con quelli europei. Il decreto ha permesso però ad Enel di adeguarsi con interventi scaglionati nel tempo entro il 2002. Porto Tolle, la centrale più inquinante e più costosa da riconvertire, è stata tenuta per ultima senza introdurre tecnologie di prevenzione - in particolare desolforatori e denitrificatori – che Enel adottava altrove. Alla fine, ricostruisce la perizia, “la centrale di Polesine Camerini risulta l’unica di proprietà di Enel non ambientalizzata”. Il 23 dicembre 2002 il decreto legge n. 281 concede l’ennesina deroga. Il pretesto, allora, era la fragilità del quadro elettrico nazionale. E l’anno dopo ancora una deroga, col decreto legge 25/2003, alle prescrizioni fissate ormai nel 1990, 13 anni prima.

Deroga e dilazioni: 20 anni di politica sotto il traliccio
La politica e le emissioni, la politica e il colosso nazionale dell’energia. Un rapporto sempre stretto che si fa strettissimo quando serve. La centrale di Porto Tolle doveva essere “ambientalizzata”, cioè ricondotta a tetti di emissione imposti dall’Europa e vigenti per il resto del Paese, fin dal 1990. E invece fino a oggi ha mantenuto impianti di combustione a olio con tecnologia da anni Sessanta. Come è stato possibile? Con l’aiuto della politica che ha sempre trovato, a livello centrale e locale, le giuste deroghe e scappatoie per evitare a Enel un intervento di adeguamento oneroso. Il primo processo penale, quello che ha visto riconoscere la responsabilità degli amministratori dell’epoca per i reati ambientali, ha accertato poi che nonostante le deroghe per l’ambientalizzazione Porto Tolle è stata tenuta scientemente per ultima con ulteriore danno per l’ambiente. Da qui le condanne. Avanti dieci anni, si parla di riconversione ma non a metano, bensì a carbone. Costerebbe a Enel 2,7 miliardi ma il punto è che non porterebbe mirabili riduzioni degli inquinanti, anzi. Il progetto tiene banco per anni con le associazioni ambientaliste, operatori turistici e pescatori che si mettono di traverso e riescono, nel 2011, a far annullare dal Consiglio di Stato il decreto di Valutazione di impatto ambientale (Via). I giudici accolgono i rilievi sollevati e riconoscono che non è stata fatta una valutazione alternativa rispetto all’ipotesi del carbone. In particolare sul gas metano, visto che a 10 km dalla centrale c’è il più grande terminale gasifero offshore al mondo (il rigassificatore di Porto Viro, di proprietà dell’emiro del Quatar), realizzato proprio nella prospettiva di alimentare la centrale di Polesine Camerini. Ma i due impianti non saranno mai collegati perché il metano costa più del carbone. Poi il colpo di scena: nell’estate del 2011 prima il parlamento e poi Regione Veneto modificano le leggi, statali e regionali, rendendo non più necessarie valutazioni alternative. Una coincidenza temporale? Forse. Fatto sta che così facendo si consente di porre nel nulla la sentenza del Consiglio di Stato e di agevolare la nuova Via per il progetto a carbone, attualmente in corso presso il Ministero dell’ambiente. Parallelamente la politica trova modo di mettere lo zampino direttamente sulle inchieste.

Gli interventi a gamba tesa sui magistrati che indagano

Immagine inseritaLuciano Violante (Pd)

Se la politica tenta a frenare i magistrati della Procura di Rovigo. “Diciamo che è un dato di fatto che tutti quelli che hanno la lavorato a questa vicenda hanno avuto qualche problema”, ricorda l’avvocato di parte civile Ceruti. Il riferimento, neanche troppo velato. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro, fatto oggetto di pressanti consigli, da parte di un agente dei servizi caduto in disgrazia, di “allentare la presa” sul processo Enel. Ma anche alla richiesta di azione disciplinare nei confronti del pm Manuela Fasolato avanzata dal Pd Luciano Violante e dal ministro Pdl Angelino Alfano. Il filo delle future larghe intese, improvvisamente, si stringeva intorno al collo di chi rischiava di intaccare interessi che non vanno toccati. La storia è nota. E’ il 2010 e il pm sta lavorando a diversi filoni d’inchiesta sulla centrale ipotizzando legami tra le emissioni e l’aumento dell’incidenza di malattie nei territori circostanti l’impianto. Sulla centrale pende l’iter della Valutazione d’impatto ambientale per il progetto di riconversione che vale, sulla carta, 4mila posti di lavoro e 2 miliardi e mezzo di investimento. Il pm comunica però agli enti interessati, ministero dell’Ambiente e Commissione di Via, le risultanze di alcune perizie che mettono i dubbio la veridicità dei dati del progetto depositato da Enel: un via libera senza una loro verifica avrebbe potuto aggravare il quadro dei reati e comportare ulteriori conseguenze per ambiente e popolazione. Apriti cielo. A Cortina Incontra, il 5 gennaio 2010, Violante nella inedita veste di presidente della associazione Italia decide, si espone in prima persona chiedendo un’ispezione. Sarebbero solo parole in libertà, se non fosse per un dettaglio: Enel è tra i soci fondatori di Italia decide. Ma la coincidenza non impedisce al ministro Alfano di prendere in esame le doglianze di Violante e di inviare a Rovigo il capo degli ispettori Arcibaldo Miller (poi coinvolto nell’indagine della cosiddetta P3) con contestazioni varie e fantasiose (come quella di aver lavorato, su autorizzazione dei superiori, al processo Enel mentre era impegnata come commissario nel concorso per gli esami nazionali in magistratura). Fasolato, nel frattempo trasferita alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Brescia, ha chiesto ed ottenuto dal CSM di essere applicata a questo processo davanti al Tribunale di Rovigo, ed ancor oggi è ancora lì che non molla. E la 

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sabato 28 dicembre 2013

VI AUGURO UN BUON ANNO

Ve lo auguro di cuore!
Sono ormai dieci anni di fila in cui speriamo che l'anno di filasuccessivo sia migliore di quello precedente ed invece non è così.

Non ho voglia di paralre di banche, ministri, economia, tasse, incompetenza e paraculismo, tutto questo è sotto i nostri occhi celato da un sottile velo di menzogne propinato da gente pagata dagli stessi che stanno facendo a pezzi la nostra nazione.


Vorrei augurare BUN ANNO a tutti coloro che hanno ancora un briciolo di speranza, a tutti quelli che l'hanno persa, ma che vanno avanti ugualmente ed a coloro che la speranza la coltivano come un orto, mettendoci ogni giorno un po' d'amore.

Buon anno a tutti voi!

Aurore boreali: il sole infiamma  le notti del Nord
   Aurora Boreale

martedì 10 dicembre 2013

ELLEBORO

Le prime rose di Natale (Helleborus Niger o Elleboro Invernale) hanno già decorato le colline intorno a casa mia.

Si tratta di un fiore che in barba alle condizioni meteorologiche avverse fiorisce a Dicembre e si può godere della sua bella fioritura fino a Marzo.

Un angolo del mio giardino accoglie una piantina di Elleboro giunta in dono con la terra di riporto accatastata per far da base al giardino, riconobbi subito le due foglioline che spuntavano dal mucchio di terra e vidi che avevano anche un corto stelo con giusto due radichette, travasate subito resistono ormai da dieci anni in barba alle intemperie ed ai radicali mutamenti a cui il giardino viene sottoposto dalla mia compagna dal pollice verde.

Se gli ottimisti volessero dotarsi di una bandiera certamente nel centro dovrebbe apparire questo fiore.

In momenti così duri guardare avanti può risultare difficile e la speranza può lasciare spazio allo scoramento, ma in fondo la speranza non può mai venir meno, lo spirito di rinnovamento, la richiesta di giustizia sociale, di una fiscalità che non sia solo asservita ad uno stato patrigno
 e dalle mani biucate DEVE essere la priorità, ma se la speranza venisse meno per cosa lottare?

 File:Helleborus niger .JPG
Elleboro invernale

martedì 19 novembre 2013

OSTAGGIO DEL FISCO

Sto passando dei momenti poco felici il motivo è presto detto, in questi primi dieci mesi del 2013 ho fatturato il 65% di quanto  fatto nel  medesimo periodo dello scorso anno, quest'anno devo pagare le tasse su quanto realizzato lo scorso anno e non avendo incassato tutte le fatture emesse sono in difficoltà.

Mi chiedo come sia umanamente possibile versare il 65% di quanto mi resta in tasca (al netto delle spese).

Mi chiedo se ciò sia etico.

Mi chiedo come questo sia possibile e perchè l'INPS mi chieda il 23% di quanto fatturo per mantenere pensioni da URLO (un esempio su tutti Giuliano amato, 31.000 Euro al mese più i 32.000 Euro che becca per la presidenza della Corte costituzionale).

Uno schemino che ben rappresentacome eravamo messi nel 2010....

 
La situazione dal 2010 è ulteriormente peggiorata, ho vissuto tre mesi in Danimarca, ho trovato servizi splendidi, trasporti puntuali, banche eccellenti, servizi postali da favola (in un ufficio a Copenaghen hanno chiesto, a me ed alla ma compagna,  se volessimo accedere al servizio di Nursery per i clienti interno all'ufficio , avevamo nostra figlia di 5 mesi in braccio) abbiamo quasi lo stesso livello di tassazione eppure in confronto abbiamo servizi da terzo mondo.

PERCHE'?

Oggi non ho la minima voglia di fornire risposte, ponetevi come me qualche domanda...

Buona incazzatura....

PS AGGIORNAMENTO, DATE UN OCCHIATA A QUESTO LINK.....





domenica 3 novembre 2013

NE VALEVA LA PENA?

Questo è uno sfogo e come tale va interpretato, ma ogni riga successiva è vera per ciò che esprime, a partire dalla mia grande delusione.

Francamente non so se ne sia valsa la pena, trentadue anni di lavoro, una montagna di tasse pagate ed ora, per la prima volta dopo tanti anni, non so se poroseguire con la mia attività di libero professionista, sono bastati un paio di enti che non hanno riproposto il bando grazie al quale lavoro da nove anni, le mie due ditte mandanti che hanno rallentato il pagamento delle mie spettanze ed ecco che sono costretto a ragionare sul chiudere o meno bottega.

La tassazione attuale per la mia categoria sfiora il 60% dell'utile (quello che in teoria mi resterebbe in tasca),  ma sotto certi livelli il fatto di accumulare anno dopo anno spese non totalmente detraibili crea di fatto una carenza di liquidità ed io non ho voglia di chiedere un estensione del fido bancario, non senza alcuna prospettiva di miglioramento.

Se le cose non migliorassero venderei l'auto (due anni di vita) e riuscirei a chiudere tutte le mie pendenze in attesa di lavori che mi consentirebbero di RIAPRIRE la mia posizione iva ed emettere delle fatture  rimettendo inmoto la ruota del maglio.

L'idea di farmi mantenere dalla mia compagna mi terrorizza, guadagna un buon stipendio e certamente ce la faremmo senza enormi sacrifici, ma l'idea di occuparmi di faccende domestiche e solo l'idea di eseguire ordini della mia dama come un cicisbeo di goldoniana memoria mi fa venire l'orticaria.

Naturalmente il pagamento dell'acconto INPS di Novembre NON E' RATEIZZABILE, certo, l'INPS deve pagare trentunmila Euro al mese a Giuliano Amato ed oltre duemilaquattrocento Euro mensili a quei rappresentanti regionali il cui monte versamenti non supera UNA SOLA MENSILITA', ma è perfettamente inutile incazzarsi, le cose sono così e noi siamo un popolo di pecore che guarda i TG come se riportassero lettera per lettera le sacre scritture.

Francamente penso di tirare avanti ancora un po', diciamo fino alla prossima dichiarazione dei redditi di Luglio, se a quel punto le cose non saranno cambiate chiuderò baracca e burattini.

Se non avrò nulla da fare mi metterò a lavare i vetri ad un paio di semafori (giusto un paio ne sono rimasti a Brescia dopo l'ondata di rotonde spuntate in ogni dove), non essendo un dipendente non ho diritto ad alcun sussidio di disoccupazione e francamente non lo vorrei neppure, un bel cartello scritto in ottimo stampatello (retaggio del mio diploma tecnico) recante la scritta "ITALIANO, SENZA LAVORO 53 ANNI, 32 ANNI DI CONTRIBUTI REGOLARMENTE VERSATI"; e pensare che il governo di Saruman Monti senza che nessuno ne parli (o verosimilmente se ne sia accorto) ha creato un dolce scivolo per gli appartenenti ad un corpo militare, a 50 anni e trenta di servizio  possono
scivolare dolcemente in pensione con l'85% dell'ultimo stipendio, mi sento rofondamente offeso, sono un contribuente di serie B che ha contribuito a pagare gli stipendi di questi militari che oggi avranno il privilegio di andare in pensione quattordici anni prima di me..., mi sento realmente un CITTADINO DI SERIE B.




 






mercoledì 16 ottobre 2013

LA RIVOLUZIONE SESSUALE...

sedici anni e mezzo, dopo un mese intero trascorso in Liguria non avevo la minima voglia di sorbirmi quindici giorni di campeggio.

L'iniziativa era patrocinata dall'oratorio del ridente paesello della bassa bresciana in cui sono cresciuto,  Lauro e Gigio decisero di andarci, ma con pochissime speranze di divertirsi, il campeggio dell'anno precedente si era rivelato una palla mostruosa, ma questo, sovvvertendo ogni previsione, si sarebbe dimostrato di ben altro spessore.

Trasportata da una brezza leggera la rivoluzione sessuale era approdata nel paesello della bassa bresciana, anche fra le ragazze "per bene" tutte casa chiesa ed oratorio femminile (rigidamente separato da quello maschile).

Lauro e Gigio si trovarono loro malgrado a coltivare la medesima ragazza che con molta nonchalance flirtava con entrambi, costei dopo esperienze con uomini adulti, maturi e giovani (si mormorava anche sul set di un film porno) era stata ricondotta all'ovile di nostro signore, ma non aveva certo perso il proprio sex appeal nè tantomeno il proprio appetito sessuale.

Gigio se la spupazzava alla grande, tanta abbondanza dopo una lunga carestia era per lui manna dal cielo, Lauro è sempre stato molto attento, disposto ad ascoltare, ma ugualmente non poteva farsi sfuggire una buona occasione.

Gigio venne coinvolto anche da una ragazzina (realmente giovanissima) di una famiglia bene che voleva essere istruita riguardo al baciare con la lingua, pur essendo già maggiorenne non si tirò certo indietro. e così nel campeggio di nostro signore si praticò con una certa foga l'iniziazione alla pratica sessuale con conseguenze tutt'ora riscontrabili nel ridente paesello.

La sorte, come più volte ho scritto, è spesso beffarda, i miei due cari amici vennero informati che quella che sembrava una semplice vaginite era in realtà un sintomo della Gonorrea e fu così che entrambi dovettero recarsi da un medico (uno di loro venne cazziato in malo modo) e Lauro (che non aveva avuto rapporti completi) se la cavò con un sospiro di sollievo, mentre di Gigio non seppi nulla, probabilmente non aveva avuto un rapporto vaginale.., probabilmente..

Come detto prima, nel ridente paesello della bassa bresciana la rivoluzione sessuale si manifestò in un campeggio "della parrocchia", da lì a pochi mesi venne chiuso l'oratorio femminile, ormai si era trasferito IN MASSA in quello maschile a dimostrazione che le donne riguardo al sesso, volano molto più in alto di noi maschietti.

 


Uno scatto di Nobuyoshi Araki un grande fotografo che ha fatto del corpo femminile la propria meta artistica